C’è stato un momento, nel mio percorso di crescita personale, in cui ho avvertito un richiamo sottile ma costante. Un richiamo che non proveniva dall’esterno, ma da un luogo interiore, spesso dimenticato o coperto da strati di adattamenti, ferite e condizionamenti.
Questo richiamo era il Nostos: il desiderio profondo di ritornare a casa.
Che cos’è il Nostos? Molto più di una semplice nostalgia
Il nostos di Ulisse è una delle matrici simboliche più potenti della cultura occidentale. Non è semplicemente il viaggio fisico verso Itaca, ma l’archetipo del movimento umano verso la propria origine, verso un luogo in cui finalmente riconoscersi.
Nel poema omerico, questo concetto non coincide con una nostalgia passiva o regressiva. Al contrario, il nostos è:
- Un desiderio che orienta l’agire: una forza che attraversa prove, smarrimenti, approdi temporanei e deviazioni.
- Una ricerca di identità: Odisseo non è attratto da un passato immobile, bensì dalla possibilità di ricomporre la propria identità dopo l’esperienza della dispersione.
- Un movimento a spirale: non si torna semplicemente al punto di partenza; si ritorna cambiati, arricchiti dall’attraversamento dell’ignoto.
Il nostos diventa così la figura del rientro in sé e del ricongiungimento con una dimensione autentica, spesso perduta nell’adattamento al mondo. È un ritorno che non ricostruisce la condizione originaria, ma la reinventa alla luce dell’esperienza.
La Tendenza Attualizzante: la forza che ci spinge a Fiorire
In quell’appello interiore ho riconosciuto la voce del mio nucleo più essenziale. È quella forza discreta ma tenace che Carl Rogers definisce tendenza attualizzante: un orientamento vitale che non si impone, ma insiste; che non spinge, ma accompagna.
Non si tratta di un principio teorico, ma di una presenza concreta, radicata nel corpo, nelle emozioni e nei bisogni che resistono al tempo e ai contesti.
Scoprire che quella forza continuava ad agire, nonostante i condizionamenti e le stratificazioni della mia storia personale, ha rappresentato per me una soglia fondamentale. In quel momento il ritorno non è più apparso come un movimento nostalgico verso ciò che è stato, ma come un atto di verità nei confronti di ciò che ancora posso diventare (o, meglio, tornare ad essere).
Il Counseling come Spazio di Riconnessione
In questa prospettiva, il counseling non si configura mai come un tentativo di “aggiustare” qualcosa di rotto. È, invece, un accompagnamento che favorisce il ritorno alla propria casa interiore.
Il percorso di counseling offre uno spazio relazionale protetto in cui ascolto, accoglienza e presenza diventano i veri strumenti di riconnessione e di trasformazione.
I linguaggi della relazione d’aiuto
Per favorire questo cammino, il mio approccio integra differenti linguaggi psicologici e relazionali, ciascuno portatore di risorse specifiche:
- L’ascolto incondizionato di Rogers: che riconosce la centralità della persona come essere degno di fiducia e naturalmente orientato alla fioritura.
- La metodologia operativa di Carkhuff: fondamentale per trasformare l’intuizione interiore in azione concreta.
- La Gestalt: con il suo forte radicamento nel “qui e ora” e la sua attenzione al corpo e al contatto autentico.
- L’Analisi Transazionale: che attraverso l’analisi degli Stati dell’Io permette di decodificare i copioni interiori e di aprire nuovi spazi di libertà.
Dalla Nostalgia alla Risorsa Evolutiva
In questo cammino, le teorie si intrecciano inevitabilmente con l’esperienza personale. Ho imparato che l’incontro autentico con l’altro è possibile solo quando avviene, innanzitutto, un incontro con se stessi: con le proprie emozioni, con i propri bisogni, con la propria verità interiore.
È stato proprio questo processo di ritorno a me stessa a dare forma e significato al mio percorso formativo, trasformando la nostalgia di sé da rimpianto doloroso in risorsa evolutiva.
Il Nostos diventa, dunque, un vero e proprio ritorno al cuore, al centro dell’essere. Il counseling è la mappa per questo viaggio: uno spazio di riconnessione dove la nostalgia di sé si fa filo conduttore, chiave interpretativa e motore pulsante verso l’autenticità.
Ti risuona questo richiamo?
Se anche tu avverti il desiderio di fermarti, ascoltare quel richiamo sottile e intraprendere il tuo viaggio di ritorno verso ciò che sei autenticamente, contattami per un primo colloquio conoscitivo. Sarò felice di accompagnarti in questo spazio di ascolto e presenza.
Una risposta
Buongiorno e buona domenica, Ilaria
Mi sento di condividere alcune riflessioni scaturite dalla lettura della parabola del seminatore del vangelo di oggi.
Leggere la parabola collegandola all’analisi di Everett Rogers (il sociologo della diffusione delle innovazioni), all’intuizione spirituale della “non-azione” ci offre a mio avviso un punto di vista su come accompagnare i nostri team e i nostri processi.
1. Il Discernimento del Terreno.
Il seminatore evangelico non è uno sprovveduto, ma un leader che conosce profondamente l’animo umano. Quando introduciamo un’innovazione, una nuova cultura o una “Buona Notizia” organizzativa, incontriamo l’intero spettro delle reazioni umane. Come ci ricorda Rogers, non possiamo pretendere che tutta l’organizzazione fiorisca contemporaneamente. Occorre saper leggere il terreno:
• Identificare i Pionieri: Cercare quel 13,5% di persone curiose, aperte al rischio, pronte ad accogliere il seme del nuovo. È su di loro che dobbiamo investire le nostre energie migliori per innescare un “punto di svolta”.
• Scuotersi la polvere: Gesù ci insegna il realismo organizzativo. Accettare che ci siano i “Ritardatari” (chi resiste per il solo gusto di preservare lo status quo) significa liberarsi dall’ansia di dover convincere tutti a ogni costo. Significa avere la libertà interiore di non sprecare energie in terreni attualmente sterili, senza giudicarli, ma rispettando i loro tempi.
2. Il Fiore di Loto.
Qui si innesta il cambio di paradigma più radicale per noi che gestiamo e guidiamo le persone. Spesso cadiamo nella trappola pensando che il progetto possa germogliare solo in un’organizzazione “perfetta”, fatta di collaboratori ideali, processi ottimizzati e “terreni” privi di sassi.
La verità umana e spirituale è un’altra: l’efficacia non risiede nella perfezione del terreno, ma nella POTENZA DEL SEME.
L’Amore, così come i veri cambiamenti culturali profondi, opera proprio lì dove c’è disordine, vulnerabilità, “melma”. Il fiore di loto affonda le radici nel fango delle nostre organizzazioni imperfette e delle fatiche relazionali. Il nostro compito non è bonificare preventivamente tutta la palude – un’impresa titanica ed estenuante – ma credere che la vitalità del seme sia più forte della resistenza del fango.
3. Il Coraggio della Non-Azione
Se uniamo queste due visioni, emerge il compito più alto e contro-intuitivo per noi: la non-azione.
Dopo aver seminato con abbondanza, dopo aver individuato i pionieri e aver comunicato la visione, dobbiamo saper fare un passo indietro. È un gesto squisitamente musicale: proprio come il direttore d’orchestra che, dopo aver dato l’attacco e trasmesso l’energia vitale dell’opera, sa ritrarre il gesto per lasciare che siano i musicisti a far suonare i propri strumenti.
Fare spazio significa:
• Smettere di voler controllare ogni singola variabile del cambiamento.
• Tollerare l’ambiguità e i tempi morti, tipici della fase in cui il seme marcisce sotto terra per trasformarsi in radice.
• Lasciar operare la forza intrinseca delle persone e la Grazia che le abita.
Essere “seminatori” non ci chiede di essere perfetti ingegneri agricoli, ma ci chiede la capacità di compiere un atto di fiducia. Ci è chiesto di lanciare il seme con intelligenza (sapendo chi può accoglierlo oggi, chi domani, chi mai) e di avere il coraggio di fermarci, contemplando il miracolo del fiore di loto che, in modo del tutto inspiegabile, emerge bellissimo dal fango delle nostre imperfette relazioni umane.
(Fonti ispiratrici: P. David McCallum, SJ e Don Paolo Scquizzato)